Esperti dell’anima. Non siamo soli in questo universo.

Spoiler alert: questo è un articolo ad alto contenuto polemico.

La miccia di questa vena polemica è il ritrovamento nel mio hard disk quasi infinito di materiali, testi, articoli e cianfrusaglie varie, di un articolo uscito su Repubblica, edizione milanese, due anni fa. “Psicologi abusivi, boom per colpa della crisi”; questo il titolo dell’articolo.

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Il carburante è invece costituito da ciò che sento, vedo e registro quotidianamente nella mia professione.

Ma partiamo dall’inizio. L’articolo di Repubblica che allego a queste mie parole, descrive un preoccupante aumento di tutti quei “terapeuti non convenzionali” che, pur non avendo basi scientifiche né un adeguato training esperienziale su cui basare la propria pratica, si propongono sul mercato come “esperti dell’anima” o “del benessere” o “della salute” piuttosto che “trainer di autostima”, “psicofilosofi”, “counselor”, “life coach”, passando per i “naturopati” e chi più ne ha più ne metta. Complice, spiega l’articolo, la crisi economica che avrebbe incrementato il numero di abusivi della professione. Anche l’Huffington Post, di recente, ha pubblicato un articolo dal titolo sibillino “Meglio affidarsi a uno psicologo o a un life coach?”, equiparando quindi di fatto queste due qualifiche.

Lasciando perdere gli abusivi doc (quelli che millantano di essere psicologi senza possederne il titolo o l’abilitazione), ultimamente noto un grande pullulare di “esperti del benessere” i cui servigi spesso tentano di sovrapporsi a quelli dello psicologo. Una sovrapposizione impropria in realtà, perché si tratta di strumenti di conoscenza, diagnosi e analisi propri dello psicologo oppure di tecniche di promozione del benessere individuale o di gruppo altrettanto esclusivi della professione di psicologo. Oppure, peggio ancora, si tratta di pratiche che puntano a migliorare il benessere psicologico senza alcun fondamento scientifico, senza dati certi di applicabilità, verificabilità e replicabilità.

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Conversazioni libere a Columbus Circus, New York City, 2013

Infatti, a differenza delle sopracitate qualifiche, la professione di psicologo è l’unica:

  • Ad essere riconosciuta dalla Legge Italiana (Legge 86/1989);
  • Ad essere inquadrata con precisione dalla Legge stessa, che ne descrive gli strumenti di lavoro e le aree di intervento;
  • A cui si arriva dopo anni di studio e approfondimento professionale, seguendo tappe precise e non negoziabili altrettanto definite per Legge.

Recentemente, il Tar del Lazio, con la sentenza 13020/2015, ha preso una forte posizione in merito a chi dovrebbe occuparsi di salute mentale, disponendo che i counselors (e quindi tutti gli altri “esperti del benessere” di varia natura) non hanno alcuna competenza per gestire il disagio psichico. Si tratta di una sentenza importante per i professionisti psicologi ma soprattutto per la cittadinanza perché rappresenta una presa di posizione nella tutela della salute pubblica: il benessere/malessere psicologico è materia di studio e di intervento esclusiva dello psicologo. Lo psicologo è infatti un “prodotto garantito dallo Stato” come spiega chiaramente il Dott. Fulvio Giardina, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, al minuto 13.55 di questa video-intervista (che però vi consiglio di guardare tutta!):

Che antipatici, questi psicologi, penseranno alcuni di voi. Saremo anche un po’ antipatici, ma ci abbiamo messo un secolo di lotte per essere riconosciuti come professione sanitaria e materia scientifica dalla Legge e dallo Stato Italiano. Ci mettiamo (minimo) cinque anni di studi, uno di tirocinio obbligatorio e uno di preparazione dell’Esame di Stato per essere abilitati alla nostra professione. Il nostro operato è monitorato da un Ordine Nazionale che prende provvedimenti molto seri in caso di uso improprio o scorretto della professione. Non smettiamo mai di imparare e di perfezionarci perché “lo psicologo è tenuto a mantenere un livello adeguato di preparazione professionale e ad aggiornarsi nella propria disciplina“, come espressamente sancito dal nostro Codice Deontologico. Un Codice Deontologico che è molto di più di una serie di articoli, perché è la nostra guida, oserei dire, con un’irriverente metafora, il nostro Vangelo, che seguiamo con attenzione per operare sempre seguendo le buone pratiche della nostra professione, adattandole su misura alla persona che abbiamo di fronte.

A proposito di deontologia, penso fermamente che sia questo il punto cruciale che differenzia lo psicologo dalle altre “pseudoscienze” della salute mentale: possedere un’etica professionale scritta e non negoziabile. Non penso infatti che la differenza tra psicologo e altri “esperti” sia dovuta al possesso di una laurea, né all’iscrizione ad un Albo professionale; questi sono elementi importantissimi e qualificanti ma non essenziali, a mio avviso, per essere professionisti. La vera differenza la fanno la deontologia e l’etica professionale, ovvero quell’insieme di regole e norme che guidano il professionista in tutte le fasi del suo lavoro: osservare, valutare, decidere cosa è meglio per il proprio paziente e, solo infine, agire. Potremmo riassumere tutto con il semplice e inappellabile principio di Ippocrate “primum non nocere“, ossia “prima di tutto, non arrecare danno”.

Non arrecare danno, che significa poi nel dettaglio un’infinità di altre cose, ad esempio: non fare diagnosi inappropriata, non trattare di temi o disagi per cui non hai reale competenza, non estrapolare da un singolo dettaglio un quadro universale, non fare facili equazioni tra personalità, stile di vita e salute delle persone, non interpretare i miliardi dei modi con cui la mente umana può funzionare secondo un’unica lente di osservazione e, infine il più importante, non curare chi non è malato.

Lasciamo i cristalli colorati, le pozioni segrete, le erbe magiche ai cartoni animati e le palle di vetro, la lettura delle mani, i viaggi in mondi extraterreni alle favole con i maghi.

La salute della nostra anima è un bene così profondo e prezioso da meritare l’attenzione di un professionista. Scusate, lo avevo detto da subito che era un articolo polemico.

Disclaimer: io sono psicologa ma lavoro da sempre con altri professionisti (educatori, pedagogisti, assistenti sociali, animatori, insegnanti, medici). E’ una collaborazione fortunata e arricchente, perché si stratta di professionalità diverse ma spesso complementari. Questo articolo non è stato scritto pensando a loro, spero si sia capito. Si tratta infatti di professioni che possiedono un iter formativo lungo e impegnativo nonché una ferrea etica professionale, tanto quanto lo psicologo. Lo psicologo non può fare tutto e sempre, non è infatti un tuttologo né un profeta. Lo psicologo è un professionista che, per il bene della persona, deve saper operare in contesti di equipe multidisciplinari senza entrare in campi non di sua competenza e senza pretese di superiorità intellettuale. Le buone pratiche di collaborazione tra professionisti prevedono, reciprocamente, la non invadenza nei rispettivi campi e il riconoscimento delle competenze altrui in un’ottica di arricchimento e integrazione vincente, senza paura di qualche sana e positiva sovrapposizione. La mia collaborazione con altri professionisti è preziosa per il mio lavoro e non li ringrazierò mai a sufficienza.

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