Psicologia amica 4 #attaccamento

“Che cosa vuol dire addomesticare?”
“E’ una cosa da molti dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io saro’ per te unica al mondo”.

Questo brano, forse il più famoso, de “Il Piccolo Principe” di Saint Exupery, descrive bene i meccanismi dell’attaccamento. Certo, addomesticamento e attaccamento non possono essere considerati sovrapponibili, ma di certo “attaccamento” significa creare, costruire, sedimentare legami, come la Volpe afferma all’inizio del dialogo.Psicologia Amica Attaccamento

L’attaccamento può essere definito come quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti che contribuiscono alla formazione di un legame specifico fra due persone, un vincolo profondo le cui radici possono essere rintracciate nelle relazioni primarie che si instaurano fra bambino e adulto. Nella storia della psicologia dello sviluppo, il primo a interessarsi di questa tipologia di relazione primaria è stato John Bowlby, ricercatore britannico di formazione psicoanalitica.

E’ grazie a lui che conosciamo come la relazione di attaccamento si instaura precocemente tra bambino e caregiver (ovvero colui o colei che del bambino si prende cura), attraverso quali meccanismi e con quali esiti nelle fasi successive di sviluppo. Grazie all’osservazione meticolosa, Bowlby si accorse che i bambini sono naturalmente predisposti sin dalle prime ore di vita alla ricerca della figura adulta, non solo per scopi di alimentazione ma anche per ricercare calore e protezione. Bowlby stabilì che, se fino a 3 mesi il bambino riconosce la figura umana ma non ne discrimina una in particolare, è a partire dai 6-9 mesi che l’attaccamento può instaurarsi, in quanto il bambino inizia a riconoscere chiaramente la figura adulta che prioritariamente si occupa di lui. Parallelamente, l’autore notò il manifestarsi di paure, più o meno marcate, verso gli estranei e la tendenza da parte dei bambini a calmarsi e consolarsi grazie alla vicinanza fisica diretta del caregiver. Se, infatti, i cuccioli d’uomo sono predisposti naturalmente all’attaccamento privilegiato con una figura di riferimento, l’attaccamento può instaurarsi e consolidarsi solo attraverso un insieme di comunicazioni e dialoghi (non necessariamente verbali) tra bambino e adulto. Una sorta di danza, un dialogo intimo che l’adulto instaura con il proprio piccolo attraverso pratiche di cura, igiene, nutrimento, gioco e scambio di calore emotivo:

“Che cosa bisogna fare?” domando’ il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, cosi’, nell’erba. Io ti guardero’ con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ piu’ vicino…”
Il piccolo principe ritorno’ l’indomani.
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.
“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincero’ ad essere felice. Col passare dell’ora aumentera’ la mia felicita’. Quando saranno le quattro, incomincero’ ad agitarmi e ad inquietarmi; scopriro’ il prezzo della felicita’! Ma se tu vieni non si sa quando, io non sapro’ mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.

I “riti” di cui parla la Volpe sono proprio le pratiche attraverso cui la relazione di attaccamento può instaurarsi: quei momenti che scandiscono la giornata, spesso ripetuti con le stesse parole e le stesse dinamiche, e che il bambino vive come rassicuranti, confortanti, inseriti in una cornice di senso.

Il lavoro pionieristico di Bowlby, ha preparato il terreno per studi e ricerche successive che hanno permesso di ampliare la teoria dell’attaccamento. Mary Ainsworth, un’allieva e collaboratrice di Bowlby, si chiese non solo cosa fosse l’attaccamento ma anche come funzionasse e, soprattutto, se potevano esistere tipologie qualitativamente diverse di attaccamento. Grazie alla “Strange Situation”, una procedura standardizzata di studio attraverso cui è possibile osservare la relazione bambino-caregiver in diverse occasioni di gioco, distacco e ricongiungimento, l’autrice descrisse tre tipologie di attaccamento e le rispettive caratteristiche comportamentali e comunicative.

Numerosi studi degli ultimi 30 anni di ricerca in ambito psicologico hanno confermato lo stretto legame tra attaccamento durante l’infanzia e livelli di benessere e adattamento psicologico nelle età successive. La qualità delle relazioni precoci di attaccamento, sicuro oppure insicuro/disorganizzato, è infatti predittiva delle buone (o scarse) competenze in età adulta di leggere e comunicare le emozioni, di regolare e controllare il proprio comportamento, di costruire una buona immagine di sé e del mondo, di sviluppare un senso critico e morale autonomo e di essere a propria volta buone (o meno buone) figure di attaccamento verso la generazione successiva. 

Per maggiori informazioni:

http://www.stateofmind.it/tag/attaccamento/

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