Gli uomini non cambiano?

“Gli uomini non cambiano 
Prima parlano d’amore e poi ti lasciano da sola 
Gli uomini ti cambiano 
E tu piangi mille notti di perché”

Domani è la giornata mondiale di lotta alla violenza sulle donne.

Premetto che io rispetto a queste “giornate” provo un leggero fastidio perché a volte le trovo costruite ad hoc e un po’ ipocrite: alla fine non dovrebbe essere tutti i giorni, il giorno in cui ci ricordiamo delle donne vittime di violenza, dei diritti dei bambini, dell’uguaglianza sociale, della ricerca e della prevenzione di tante malattie?

Ma poi, mi sento un po’ troppo snob, cosa che non sono neanche quando mi impegno ad esserlo, e mi dico: se queste giornate servono a portare all’attenzione delle persone problemi sociali importanti e a far riflettere anche solo una persona in più rispetto a ieri su problemi che ci riguardano tutti, allora benevengano.

Perché la violenza contro le donne non è un problema delle donne, ma un problema di tutti.

Partiamo da alcuni dati alla mano (Istat, “La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia“, 2006):

  • Sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita;
  • Il 14,3% delle donne con un rapporto di coppia attuale o precedente ha subito almeno una violenza fisica o sessuale dal partner;
  • Un terzo delle vittime subisce atti di violenza sia fisica che sessuale. La maggioranza delle vittime ha subito più episodi di violenza. La violenza ripetuta avviene più frequentemente da parte del partner che dal non partner. Tra tutte le violenze fisiche rilevate, è più frequente l’essere spinta, strattonata, afferrata, l’avere avuto storto un braccio o i capelli tirati (56,7%), l’essere minacciata di essere colpita (52,0%), schiaffeggiata, presa a calci, pugni o morsi (36,1%). Segue l’uso o la minaccia di usare pistola o coltelli (8,1%) o il tentativo di strangolamento o soffocamento e ustione (5,3%). Tra tutte le forme di violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, ovvero l’essere stata toccata sessualmente contro la propria volontà (79,5%), l’aver avuto rapporti sessuali non desiderati vissuti come violenza (19,0%), il tentato stupro (14,0%), lo stupro (9,6%) e i rapporti sessuali degradanti ed umilianti (6,1%).
  • Hanno tassi più alti di violenza le donne che hanno un partner attuale violento fisicamente o verbalmente al di fuori della famiglia; che ha atteggiamenti di svalutazione della propria compagna o di non sua considerazione nel quotidiano; che beve al punto di ubriacarsi e in particolare che si ubriaca tutti i giorni o quasi e una o più volte a settimana; che aveva un padre che picchiava la propria madre o che a sua volta è stato maltrattato dai genitori. La quota di violenti con la propria partner è pari al 30% fra coloro che hanno assistito a violenze nella propria famiglia di origine, al 34,8% fra coloro che l’hanno subita dal padre, al 42,4% tra chi l’ha subita dalla madre e al 6% tra coloro che non hanno subito o assistito a violenze nella famiglia d’origine.
  • 2 milioni 77 mila donne hanno subito comportamenti persecutori (stalking), che le hanno particolarmente spaventate, dai partner al momento della separazione o dopo che si erano lasciate, il 18,8% del totale. Tra le donne che hanno subito stalking, in particolare il 68,5% dei partner ha cercato insistentemente di parlare con la donna contro la sua volontà, il 61,8% ha chiesto ripetutamente appuntamenti per incontrarla, il 57% l’ha aspettata fuori casa o a scuola o al lavoro, il 55,4% le ha inviato messaggi, telefonate, e-mail, lettere o regali indesiderati, il 40,8% l’ha seguita o spiata e l’11% ha adottato altre strategie. Quasi il 50% delle donne vittime di violenza fisica o sessuale da un partner precedente ha subito anche lo stalking
  • Nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate. Il sommerso è elevatissimo e raggiunge circa il 96% delle violenze da un non partner e il 93% di quelle da partner.

“Invece, gli uomini ti uccidono 
E con gli amici vanno a ridere di te.”

Questi sono solo dati numerici freddi e io non sono mai stata brava coi numeri; mi risulta più facile pensare a cosa c’è dietro a quei numeri e a cosa ne rimane dopo. Azzardo quindi qualche riflessione personale:

1. Questi numeri non sono né troppi né pochi: ogni numero sopra lo zero è elevato, quando si parla di vittime di violenza, di ogni tipo di violenza.

2. Violenza chiama violenza. Interessante notare quanto spesso gli episodi violenti in famiglia avvengono di fronte agli occhi dei figli e che chi è violento da adulto ha spesso sperimentato in prima o in terza persona violenza quando era bambino. E pensare che basterebbe così poca fatica (al massimo un po’ di impegno e accettazione) per usare una comunicazione diversa, sia nei comportamenti che nelle parole. Una comunicazione efficace, costruttiva, e soprattutto, non violenta.  La Comunicazione nonviolenta infatti (Rosenberg, 2003) porta la nostra consapevolezza su quattro punti o informazioni fondamentali che facilitano l’espressione e l’ascolto: ci fa preferire l’osservazione dei fatti ai giudizi moralistici, ci permette di avere una grande chiarezza su ciò che sentiamo e sull’origine del nostro sentire, ci aiuta pertanto a riconoscere e ad esprimere i nostri bisogni e valori e a fare, nel presente, richieste precise e concrete, piuttosto che recriminazioni sul passato o proiezioni negative sul futuro. Questa comunicazione dovrebbe essere parte delle nostre vite sempre, anche quando litighiamo, anche quando entriamo in conflitto, anche quando abbiamo una divergenza di opinioni e soprattutto quando siamo educatori, insegnanti e genitori. Basterebbe già evitare da piccolissimi il “totò”; non si fa “totò” a niente e nessuno, neanche quando l’amichetto ti ruba il gioco, neanche quando lo spigolo della sedia ti ha fatto il bernoccolo: rabbia, frustrazione e dolore sono stati emotivi e mentali del tutto legittimi e normali, li possiamo conoscere, moderare e tollerare senza aggredire qualcosa all’esterno da noi.

3. Gli uomini non cambiano, come cantava Mia Martini nel 1992, oppure è la relazione tra uomo e donna a non cambiare?

Ma perché gli uomini che nascono 
Sono figli delle donne 
Ma non sono come noi 

Prima della coltellata, prima dello strattone al braccio, prima della molestia, che sono le punte estreme di questa complessa vicenda chiamata violenza, le cui origini risalgono ad Adamo ed Eva, cosa accade? Se le punte di questo albero sono estreme e quindi chiaramente visibili, dove risiedono le radici e in quale tipo di terreno si insediano? A mio avviso il terreno fertile per le punte di violenza è quello della cultura, millenaria e resistente, della disparità e le radici sono quelle degli stereotipi di genere. Ogni volta che diciamo o pensiamo “Una donna/un uomo dovrebbe/non dovrebbe comportarsi così…” oppure “Non si addice a un uomo/una donna un atteggiamento del genere” è uno dei nostri tanti stereotipi a parlare. In questo interessante articolo Repubblica descrive gli stereotipi nella mente degli adolescenti in merito alle donne, agli uomini e alle loro relazioni, sottolineando quanto essi siano presenti già in giovane età e consolidati nell’immaginario comune. Gli stereotipi sono idee rigide e precostituite, ci aiutano a categorizzare la realtà sociale, complessa e sfaccettata, ma al tempo stesso riducono le nostre capacità critiche: è come vedere il mondo in tricromia per semplificare le immagini ma perdendone al tempo dresso le sfumature che rendono ogni persona, e quindi, ogni uomo, ogni donna, ogni coppia, ogni relazione diversa e irripetibile.

Quindi forse non sono solo gli uomini a dover cambiare (a proposito, interessantissima e meritevole l’iniziativa “NoiNo” interamente pensata e sostenuta da uomini contro la violenza sulle donne) ma soprattutto sono le immagini mentali arcaiche, rigide, stereotipate, preconfezionate che tutti, alcuni più e altri meno, abbiamo sulle donne e sugli uomini e di conseguenza sul rapporto uomo-donna. E’ quindi un lavoro di cambiamento culturale quello che dobbiamo agire tutti, uomini e donne indistintamente, e ognuno nel suo piccolo può fare qualcosa di grande: solo se cambia il terreno culturale possono insediarsi radici nuove per nuovi rapporti tra uomo e donna, in cui esistono certamente il conflitto, la divergenza, le differenze, ma in cui non c’è spazio per la violenza perché per entrambi, uomo e donna paritariamente, la violenza è un disvalore oltre che un disonore.

Amore gli uomini che cambiano 
Sono quasi un ideale che non c’è 
Sono quelli innamorati come te.

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Il libro del mese: “Dalla parte delle bambine”

Negli ultimi anni sulle pagine di cronaca dei giornali è frequente ritrovare notizie relative alla violenza contro le donne: minacce, stalking, percosse, violenza verbale e/o fisica fino al tentato o al riuscito omicidio. I titoli di cronaca innescano reazioni di vario tipo e a diversi livelli: rabbia, incredulità, paura, associazionismo femminile, manifestazioni in piazza, proposte di legge, dibattiti in tv oltre al can can delle opinioni più disparate in proposito.Dalla parte delle bambine
La prendo un po’ alla lontana perché il libro di questo mese non parla di violenza sulle donne, non la cita o la nomina nemmeno se non marginalmente. Il libro di questo mese parla dei pregiudizi che a livello sociale e culturale risiedono alla base delle più comuni e diffuse opinioni in merito al complesso e sfaccettato universo femminile.
Elena Giannini Belotti (1973, riedito da Feltrinelli nel 2011) in questo saggio dal tono, se posso permettermi, austero, analizza e descrive le componenti sociologiche, antropologiche e culturali che determinano le differenze di genere durante lo sviluppo della persona. L’autrice apre col bisturi l’argomento dei pregiudizi di genere, lo sviscera, lo disseziona accuratamente e ne analizza al microscopio i tessuti, descrivendone minuziosamente origine, caratteristiche ed eventuali anomalie patologiche.
Il paragone col gergo medico è a mio avviso azzeccato dal momento che la scrittura di questo saggio appare netta, concisa, scientifica, senza imbellimenti retorici e senza perdere l’oggettività del costrutto in oggetto: compito non facile visto che è un’autrice femmina a scrivere dello sviluppo dei pregiudizi sulle femmine e degli effetti che questi hanno sulle femmine.
L’assunto di base del libro è molto semplice ma tutt’altro che scontato: la tradizionale differenza di carattere, comportamento, atteggiamento e pensiero tra maschio e femmina non è dovuta a fattori innati, biologici, determinati dai cromosomi XX o XY, bensì a fattori socio-culturali, ovvero a tutti quei condizionamenti esterni che l’individuo sperimenta durante il suo sviluppo: dall’educazione familiare ricevuta a ciò che sente in TV, dagli insegnamenti di scuola a ciò che legge sul giornale o su internet.
Non si parla infatti di differenze sessuali, intendendo per sesso il corredo genetico di caratteri biologici e anatomici che producono il binarismo maschio/femmina, ma si parla di differenze di genere, in quanto costruzione culturale che definisce e incentiva comportamenti che danno vita allo status di uomo / donna. Ciò che la natura differenza a livello biologico, la cultura lo reinterpreta e lo ridipinge.
Seguendo la struttura del libro e quindi della tesi dell’autrice, le differenze di genere si manifestano sin dai primissimi mesi di vita, addirittura da quando i genitori sono i attesa del figlio o della figlia, in quanto già durante la gravidanza sono presenti pensieri, speranze, opinioni, valori che variano a seconda che si immagini il fiocco azzurro o il fiocco rosa alla porta. E, a proposito, la scelta dei colori, così come quella dei giocattoli, degli interventi educativi da parte dei genitori viene effettivamente sostenuta dall’appartenza al genere maschile o femminile del proprio bambino. Altri esempi sono le tipologie di gioco ritenute adeguate a un maschio e non a una femmina (e viceversa), i tempi e le modalità dei pasti (già dall’allattamento), il linguaggio, la presunta differenza nella resistenza alla fatica o alla frustrazione, gli hobby, gli sport e le attività più consone ai maschi che non alle femmine (e viceversa).
Ma il gioco delle differenze di genere è ancora più complesso perché queste non solo riguardano i cuccioli di uomo, ma anche la coppia genitoriale e le figure educative in generale:

“Mentre si riconosce l’istinto materno a tutte le donne e solo per questa ragione si affida loro l’educazione della prima infanzia, l’istinto paterno è del tutto negato all’uomo. (…) L’educazione dei bambini è una “faccenda da donne”. Si dovrebbe riconoscere che ci sono uomini e donne del tutto inadatti al ruolo di educatori. Invece a causa dei pregiudizi sociali che negano loro qualsiasi ruolo nel processo educativo, uomini forniti delle qualità adatte per diventare ottimi educatori non riflettono neppure su tale possibilità.” (p. 132-133).

E, a pensarci bene, sono rari gli educatori maschi nelle Scuole di tutti i livelli, quasi inseistenti dei Nidi d’Infanzia.
Il discorso è complesso e delicato, dalle radici antiche e con forti implicazioni sociali e culturali, per non dire valoriali o morali.
Ma (e così provo a chiudere il cerchio con quanto detto in apertura) se i pregiudizi nascono dalla cultura, si autoalimentano e sono refrattari a modifche o annullamenti, se i pregiudizi sull’appartenza a un genere ritenuto adeguato per alcune posizioni sociali e meno per altre, forte per alcuni lavori e debole per altri, definiscono chi siamo e chi saranno i nostri figli, quanto questi pregiudizi incidono sulle azioni quotidiane? Quanto incidono sui rapporti uomo-donna nella coppia, sul lavoro, in famiglia?
La violenza sulle donne può ritenersi la punta estrema di un albero le cui radici affondano nei più svariati (e a volte affrettati o errati o devianti) pregiudizi riguardanti i maschi e le femmine e, conseguentemente, i rapporti tra i due?
Sono domande aperte come aperta è la questione della vera o presunta parità fra i sessi, la tutela delle donne nella società e nel mondo del lavoro, la prevenzione e la sanzione della violenza di genere.
La prima edizione del saggio “Dalla parte delle bambine” è del 1973.
I tempi da allora sono sicuramente cambiati. Oggi vedo mariti rientare a casa dal lavoro prima delle mogli e giovani padri presenti, affettuosi e impegnati coi loro bambini. Vedo educatori maschi competenti e amanti del loro lavoro. Ho speranza che un giorno non si debba stare più “dalla parte delle bambine”, ma dalla parte dei bambini in generale, senza pensare se siano maschi o femmine, ma semplicemente pensando che domani saranno adulti, genitori, cittadini, lavoratori e che quindi tutti, sia maschi che femmine, meritano di essere educati secondo attitudini e inclinazioni personali e valori universali che vanno oltre le differenze.
La parità di genere è un’utopia.
La cultura del rispetto delle differenze di genere invece è una realtà.
Una realtà a cui possiamo arrivare e verso cui sono già stati fatti passi da gigante, sia dalle donne che dagli uomini. Non fermiamoci, non accontentiamoci.