Il libro del mese: “Un giorno questo dolore ti sarà utile”

E’ iniziato un nuovo anno e, si sa, insieme alle lenticchie, il panettone e la tombola, è tempo di buoni propositi. Nello specifico, il buon proposito di riprendere l’appuntamento mensile del “libro del mese”, lasciato impietosamente silente per gli scorsi 3 mesi. A mia discolpa dirò che il lavoro negli ultimi tre mesi mi ha risucchiato e che, per giunta, non avevo in mente nessun libro che mi convincesse per questo post. Poi, riordinando scaffali durante le vacanze natalizie, ho ritrovato un libro che ho letto l’estate scorsa, dopo che mi era stato a lungo consigliato da tante persone e dopo averlo lasciato ad attendere per mesi prima di essere letto. Si tratta di un romanzo, del 2007, edito da Adelphi e scritto da Peter Cameron, dal titolo “Un giorno questo dolore ti sarà utile“.foto

Il titolo, lo confesso, è stata la motivazione per cui questo libro è stato acquistato ma non letto per tanti mesi. La frase del titolo mi ha colpito e infastidito, perché l’associavo a quei consigli un po’ costruiti, pretestuosi, presuntuosi di chi vuole consolarti ma che in realtà non ha idea di cosa dirti per aiutarti davvero. Superato l’impasse dovuto al titolo, ho deciso di leggere il libro, che al contrario del suo titolo, è pieno di parole leggere e autentiche.

Protagonista del libro, un adolescente newyorkese, James, schivo, schermato al resto del mondo, irraggiungibile e difficile da leggere. Egli stesso si definisce uno a cui non piace la gente: “Non sono uno psicopatico, è solo che non mi diverto a stare con gli altri. Le persone, almeno per quello che ho visto fino adesso, non dicono granché di interessante. Parlano delle loro vite, e le loro vite non sono interessanti.

James potrebbe soddisfare molti dei criteri diagnostici per il disturbo schizoide di personalità, con qualche tratto di natura evitante e qualche sintomo della sfera ansiosa, insomma, un adolescente problematico. Non ama le persone né avere relazioni con loro. E’ pressato dagli adulti della sua sfera familiare, incoerenti e autocentrati, ad essere smart e di successo, ma lui, per contro, sta pensando di non iscriversi nemmeno all’università. James fugge dal mondo e taglia i ponti di comunicazione; getta il cellulare in un cassonetto, sfugge, a volte in maniera rocambolesca, a situazioni sociali che potrebbero metterlo a disagio, evita di usare le parole perché “la traduzione svilisce un testo e questo è esattamente quello che provo quando parlo: quello che dico non è quello che penso ma solo quello che più gli si avvicina, con tutti i limiti e le imperfezioni del linguaggio. Quindi penso che sia meglio stare zitto, piuttosto che esprimermi in maniera inesatta“. Le uniche eccezioni sono  Mirò, il cagnolino di famiglia, e Nanette, la nonna, unico adulto autentico e di buon senso meritevole di ascoltare le poche parole di James.

La narrazione, in prima persona da parte di James, è fluida e scorrevole, proprio come i pensieri del protagonista, e lascia trasparire tutta la solitudine e la tristezza del protagonista stesso, parallelamente all’incomunicabilità di questi stati d’animo. Nello scorrere delle pagine si intrecciano salti nel passato insieme a descrizioni del presente. James appare sempre più intrappolato nella gabbia di dorata che lui stesso si è costruito, bloccato a metà strada tra un’infanzia  lontana e un’età adulta ancora più lontana, indefinita e quasi da evitare, tanto che si caccerà in un paio di guai affettivi e relazionali, con effetto boomerang sulla sua autostima e sulle sue rigide credenze sui rapporti umani. A tentare di stravolgere le carte in tavola e ripristinare un equilibrio, entra in scena la Dott.ssa Adler, psicoterapeuta a cui un riluttante James si rivolge dopo che i genitori non gli lasciano altre possibilità.

Da molti, questo libro è stato definito un “contemporaneo Giovane Holden”; come il protagonista di Salinger, anche James è un adolescente confuso, in rottura con il mondo artificiale degli adulti, alla ricerca della propria identità ma al tempo stesso spaventato da ciò che potrebbe derivarne.

Un romanzo di formazione, una storia in cui tutti possiamo ritrovare almeno un dettaglio della nostra adolescenza, un libro che è un incoraggiamento per gli adolescenti e una lezione per gli adulti. Il libro si conclude lasciando intendere che molte strade per James rimangono aperte e il lettore è portato a pensare che, sì, forse questo dolore un giorno ti sarà utile, ma solo se vuoi assumerti il rischio di passarci attraverso, vivendolo, e non di guardarlo dall’esterno, evitandolo.

Il libro del mese: “Bianca come il latte, rossa come il sangue”

fotoVi capita mai di associare un nome, una persona, un luogo ad un colore? A me capita spesso, da sempre, da quando ero bambina e decidevo alla sera prima di dormire di che colore era stata la giornata appena finita. Per me è assolutamente chiaro anche adesso che il mio nome è rosso porpora, quello di mio marito è blu notte, quello di mia sorella è giallo limone; oppure che il numero 8 è blu elettrico, settembre è marrone, il venerdì è verde prato.

Anche al protagonista del libro di questo mese capita di associare le persone ai colori. Leo, sedicenne che ama gli amici, il calcetto e il motorino, sostiene che “ogni cosa è un colore, ogni emozione è un colore”. Leo vive in simbiosi col suo iPod e soffre la scuola, quel luogo bianco, vuoto di significato, senza emozioni in cui si ritrova tutte le mattine con Niko, il suo migliore amico, Silvia, che è azzurra, rassicurante, calmante come solo le migliori amiche pazienti e adoranti sanno essere e Beatrice. Rossa come il sangue, come il fuoco della passione, come la scintilla dell’amore, Beatrice catalizza tutte le energie di Leo, che per lei prova quell’amore che lui stesso definisce così: “L’amore non dà pace. L’amore è insonne. L’amore è elevare a potenza. L’amore è veloce. L’amore è domani. L’amore è tsunami. L’amore è rossosangue.”

Fino a qui, Leo è un sedicenne come tanti. Ma durante la narrazione, Leo si trova a dover affrontare un dolore molto forte, inaspettato, troppo grande per i suoi sedici anni. La Beatrice che lui ama è infatti malata, schiava di un morbo che trasforma il suo sangue rosso e vitale in sangue bianco, debole, senza vita. Nel nome stesso della malattia che affligge Beatrice è contenuto questo colore mortale: leucemia.

Ed è il sangue il filo conduttore che lega ogni capitolo del libro. Il sangue che pulsa nelle vene quando vedi la persona di cui ti sei innamorato, che ribolle quando ti arrabbi con il destino, che va alla testa quando hai paura di perdere le persone di cui ti sei sempre fidato. Il sangue che irrora i tessuti rendendoli vivi e che può ammalarsi, il sangue a cui saresti disposto a rinunciare pur di avere la persona che ami, il sangue che decidi di donare per lei pur di poterla salvare.

Il libro tratta con immagini accelerate e vivide, come solo le immagini nella mente degli adolescenti sanno essere, temi molto delicati e complessi: amore, morte, malattia, dolore, speranza, amicizia, dono, sacrificio, sogni.

Soprattutto i sogni, quei sogni che rendono l’adolescenza proiezione nel futuro, che alimentano le speranze, che colorano ogni bianco.

Leo scopre che seguire i propri sogni e lottare per essi è vitale, grazie ad una presenza adulta, silenziosa ma autorevole, essenziale e credibile, un insegnante, ma non uno di quelli monotoni che ha imparato a detestare nello spazio bianco della scuola. Il Sognatore, proprio così si chiama, è un insegnante appassionato e fiero, appagato dal proprio lavoro che per lui è una missione. Il Sognatore per Leo diventa un mentore, una guida, un sostegno. Una figura amica, uno specchio che riflette le sue angosce e che invita Leo a vivere le proprie emozioni senza vergogna, a non scappare di fronte alla paura, ad affrontare gli ostacoli, ad avere il coraggio di seguire i propri sogni. Perchè “noi siamo diversi dagli animali, che fanno solo quello che la loro natura comanda. Noi invece siamo liberi. È il più grande dono che abbiamo ricevuto. Grazie alla libertà possiamo diventare qualcosa di diverso da quello che siamo. La libertà ci consente di sognare e i sogni sono il sangue della nostra vita.”