Psicologia e nuove tecnologie: rischio o possibilità?

Recentemente ho iniziato a informami sul rapporto tra psicologia e nuove tecnologie, in particolare Applicazioni per web o per smartphone e tablets. Sarà che, come ho scritto in questo post, mi sono da poco lanciata nell’esperienza di MyEmo, un progetto di un’App di educazione affettiva attualmente in concorso qui, oppure sarà che questi argomenti mi hanno sempre incuriosito, ma mi sono ritrovata di recente in infinite ricerche su google, in cui dalla lettura di un articolo, si arriva a un link a un sito, passando per un paio di tweets per finire sulla pagina di un blog americano.Rete

Sono partita da questo articolo, pubblicato su uno dei blog del Corriere della Sera, che già da come inizia lascia molto intendere sullo stato dell’arte in merito alla relazione tra psicologia e tecnologia. L’articolo si apre infatti con una domanda (“App e psiche: la tecnologia aiuta la psicoanalisi?”) e, per quanto la digressione sia interessante e coinvolgente, non si conclude con una risposta chiara e netta. Il web è un insieme di galassie parallele, complesse e infinite di possibilità sia per chi cerca un aiuto psicologico sia per chi lo pratica ma, si legge nell’articolo, “bisogna sempre andarci con i piedi di piombo” perché ci sono aspetti non secondari della pratica psicologica che devono essere sempre tutelati, ad esempio il rispetto della privacy, la protezione dei dati sensibili, l’importanza della relazione terapeutica.

Ciò che è ormai innegabile è che le nuove tecnologie e gli strumenti web sono parte integrante delle nostre vite tutti i giorni: si cercano le ricette sui blog di cucina e sempre meno sui libri delle nonne, si prenotano vacanze dal pc e sempre meno in agenzia di viaggi, si scattano foto con lo smartphone e si condividono istantaneamente sui social.

Va da se quindi che se si cerca un aiuto o un sostegno psicologico lo si cerca sempre più tramite motori di ricerca e siti professionali e se si è incuriositi (o preoccupati) da aspetti del proprio funzionamento e benessere psicologico si scaricano app: gratuite, semplici, interattive e pure divertenti.

Una di queste è Dreambord. Semplice da usare, al mattino ricorda di prendere nota di quanto sognato durante la notte, con la possibilità di aggiungere una narrazione del sogno, associarvi un colore, un’emozione o un luogo. Oppure Personality Test, un insieme di quiz e domande per conoscere meglio la propria personalità, Informansia, un compendio di informazioni basilari sull’ansia, comprendente test di autodiagnosi e form per la richiesta di informazioni a uno psicologo esperto. In questo interessante articolo, tratto da State of Mind, l’autrice descrive con chiarezza diverse possibilità, se non terapeutiche quanto meno di aiuto, di alcune App pensate e brevettate negli Stati Uniti: monitoraggio di sintomi depressivi, reminder di attività o pratiche quotidiane per la propria salute, training di abilità sociali e comunicative.

In merito alla relazione tra psicologia e nuove tecnologie, mi sono confrontata spesso con colleghi, chiedendo loro cosa ne pensano. Per alcuni la relazione vis a vis rimane essenziale e imprescindibile, quindi cellulari spenti in seduta e appuntamenti presi personalmente o al massimo per telefono; per altri invece, lo scambio di email risulta un modo immediato ed efficace per comunicare con i propri pazienti, per sondare tra una seduta e l’altra eventuali cambiamenti o miglioramenti, per monitorare l’andamento di una certa situazione o degli homeworks suggeriti in seduta. Per alcuni colleghi pensare di effettuare un colloquio a distanza, ad esempio attraverso webcam, è come pensare un’aberrazione della professione, per altri invece risulta una possibilità, un’alternativa che non sostituisce la seduta classica ma che vi si affianca in maniera complementare.

Esiste quindi un gap molto ampio non solo di opinioni ma anche di applicazioni in merito, e, per chi come me, ogni tanto bazzica in blog di matrice psicologica o forum di discussione tra psicologi online, è chiaro che le nuove tecnologie e il web possono essere per la psicologia come per altri ambiti del lavoro e della vita un infinito universo di possibilità ma anche un territorio oscuro non esente da ostacoli e rischi. Rischi di scarsa etica professionale, così come di una comunicazione non chiara e controproducente col cliente.

Anche l’Ordine Nazionale degli Psicologi si è espresso in merito, emanando alcune linee guida chiare e nette in merito a sicurezza, riservatezza e appropriatezza, ricordando a tutti i professionisti le buone pratiche in accordo con quanto scritto nel codice deontologico professionale.

La mia posizione personale è ancora in fase di definizione e aperta a diversi perfezionamenti, ma penso si possa riassumere in questo modo: non è lo strumento in sé ad essere nocivo, quanto il suo utilizzo.

La relazione a tu per tu col paziente rimane per me un caposaldo irrinunciabile perché, diciamoci la verità, la videochat ci dice poco o nulla sul comportamento non verbale del nostro cliente, sul contatto oculare, sul suo aspetto, sui suoi silenzi; lo schermo è comunque in parte un ostacolo alla sintonizzazione emotiva e sulla possibilità di empatizzare con la persona di fronte a noi. E poi, quale tipo di impegno si chiede al nostro cliente se invece di uscire per venire da noi in colloquio, cosa che almeno in parte deve attivare le sue aspettative, le sue emozioni e la sua compliance, è rimasto dietro alla sua scrivania nel contesto caro e conosciuto (e quindi meno stimolante) della propria casa?

E’ anche vero che, forse, per raggiungere alcuni clienti le nuove tecnologie potrebbero essere l’unico o, quanto mento, il primo efficace strumento di aggancio. Penso ad esempio ad adolescenti in fase di ritiro sociale, a personalità particolarmente evitanti, a persone con problemi di ansia acuta magari a seguito di un forte stress. La dimensione del colloquio a distanza potrebbe, per queste ed altre tipologie di persone, rappresentare un contesto in cui l’affidamento e l’alleanza possono risultare più facili, più sicuri e quindi più immediati.

Le nuove tecnologie sono in costante trasformazione e mutamento, tant’è che per “nuove” non si sa bene ancora cosa intendere. In attesa di osservare quali applicazioni potrebbero avere in ambito psicologico e terapeutico, io rimango con occhi aperti e orecchie tese, perché chiamarsi fuori da questo mondo è, a mio modesto avviso e nel momento presente, essere fuori dal mondo.

Voi cosa ne pensate?

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Askiamo? Ovvero “fammi una domanda, ti dirò chi sono.”

Facebook ormai è parte integrante delle vite di molti adolescenti (e non solo). Lo smartphone è un prolungamento del loro braccio, con un tocco sono connessi ad amici e contatti, aprono una finestra su un mondo, il loro mondo. Facebook è un’abitudine, piacevole e divertente, ma ormai una routine e, si sa, gli adolescenti non amano troppo abituarsi alle cose e alle situazioni. Hanno bisogno di stimoli, di novità, di osare, di oltrepassare qualche confine. La rete e i social network, da Facebook in poi, consentono proprio questa possibilità: guardare senza essere visti, esprimersi senza esporsi direttamente.

Recentemente il nuovo fenomeno è Ask.fm.

Dall’inglese “to ask”, chiedere, Ask si configura come una piattaforma molto semplice ed essenziale:

Ask

con user e password si crea un account, ovviamente collegato a Facebook che ne consente visibilità e viralità, e poi si aspetta. Cosa? Si aspetta che qualcuno, conosciuto oppure anonimo, faccia una domanda.

Attualmente Ask conta più di 20 milioni di utenti registrati e circa la metà sono under 18. Se alcune domande sono innocenti e altre impertinenti, altre ancora sono essenzialmente eccessive o censurabili, in quanto riguardanti la sfera intima, familiare o sessuale, spesso condite da linguaggi volgari o esagerati. Come spiega bene il The Baltic Times qui, si registrano nel corso degli ultimi 12 mesi numerosi episodi di cyber-bullismo tramite Ask, non solo perché è diretto e immediato ma soprattutto perché offre la possibilità di agire dietro la maschera dell’anonimato. Il fondatore del social in questione, Mark Terebin, ha risposto così alle critiche mosse alla sua creatura: “Ask.fm is just a tool which helps people to communicate with each other, same as any other social network, same as phone, same as piece of paper and pen. Don’t blame a tool, but try to make changes.”

Come sempre, non è lo strumento il suo problema, bensì la modalità e lo scopo del suo utilizzo. Ma da questa semplice osservazione, e oltre le polemiche o le controversie, solitamente io cerco sempre di farmi delle domande sui fenomeni, piuttosto che fermarmi alla semplice osservazione.

Perché gli adolescenti hanno così tanto bisogno della rete?

Gli adulti, le famiglie, la scuola, gli enti territoriali in cui gli adolescenti vivono sono in grado di fornire gli strumenti per utilizzare la rete in maniera responsabile? E inoltre, sono in grado di offrire agli adolescenti alternative alla rete se non competitive, quantomento valide e appetibili, grazie a cui passare il proprio tempo?

In  merito alla prima domanda, penso che la rete offra agli adolescenti la possibilità immediata e gratuita di esprimere il proprio Sé, di sfidarne i limiti e i confini, di sperimentarne le possibilità e potenzialità. Postando una foto tramite Instagram o mettendosi a disposizione nel ricevere domande di tutti i tipi su Ask, è come se i ragazzi chiedessero a quella grande arena di combattimento che è la rete di avere riconoscimento sociale.E i gladiatori che combattono insieme a loro (o contro di loro) in quell’arena a volte giocano lealmente e ad armi pari, altre volte invece puntano tutto sulla disonestà, colpendo sui punti scoperti dalle armature e spingendo gli antagonisti nelle fosse dei leoni. Come i gladiatori dei tempi antichi, i guerrieri adolescenti odierni sono alla ricerca della gloria personale, del riconoscimento sociale del proprio valore, del raggiungimento del pollice alzato, che giustappunto, ai tempi di Facebook si chiama “like”.

Per quanto riguarda la seconda domanda, ho in mente meno risposte certe.

Gli adulti educanti fanno quello che possono, ma sui loro volti vedo grande incertezza e preoccupazione. Acquistano ai loro figli potenti strumenti di comunicazione, in grado di connettersi ad internet, scattare foto, giocare in rete, videochattare, scaricare film, spesso senza attrezzarli di regole, norme e confini per utilizzarli. Oppure, al contrario, si rifiutano categoricamente di far avere loro smartphone o tablet di ultima generazione perché “a me quel Facebook lì proprio non mi convince” salvo poi autorizzarli a utilizzare il proprio “ma solo durante il weekend o quando vedo che si annoiano”.

Da parte degli adulti verso gli adolescenti, si manifesta una polarizzazione pericolosa di strategie educative: l’assenza lassista di direttive da una parte, il proibizionismo dall’altra. Oppure ancora, e decisamente peggio di queste due, l’ambivalenza normativa nell’utilizzo delle nuove tecnologie: solo a titolo di esempio, vietare l’acquisto di un videogioco dai contenuti violenti (giustamente) e consentire di guardare il fratello maggiore mentre ci gioca, negare la possibilità di avere un proprio smartphone e concedere di connettersi con il cellulare del genitore, proibire la creazione di un account Facebook e permettere di utilizzare il proprio per placare la curiosità di sapere cosa e chi è in rete.

Nell’arena della rete gli adolescenti battono su tutto il campo gli adulti, perché combattono ad armi impari e con grande squilibrio di forze: adulti rimasti alla clava contro adolescenti nati con la spada laser. Ma agli adulti rimane il dovere e l’impegno, faticosissimo, complicato e spesso, diciamoci la verità, addirittura rognoso, di proteggere i figli dalla fossa dei leoni, perché in quel caso sarebbe il loro Sé in crescita a uscirne sbrindellato e sanguinante e toccherebbe sempre e comunque a loro curarne le ferite.