25 Novembre, la voce degli adolescenti sulla violenza di genere.

Oggi, 25 Novembre, voglio onorare la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne con questo video, che ho avuto il privilegio di realizzare con i meravigliosi ragazzi della Scuola Media di Torrile (Pr), insieme a Centro Studi Orizzonte della Fondazione CeIS (che da sempre mette al centro dei propri progetti la promozione del benessere dei nostri ragazzi) e grazie al sostegno del Comune di Torrile. Il video è stato realizzato lo scorso anno scolastico all’interno di “A scuola di genere“, un progetto di prevenzione della violenza di genere e di educazione al rispetto di tutte le differenze. E’ stato un progetto complesso e di squadra, che oltre a Torrile ha visto la partecipazione di altri tre Comuni della Unione Bassa Est Parmense (Sorbolo, Mezzani, Colorno) e delle loro Scuole Secondarie di I grado.

Io ringrazio la Scuola per l’opportunità, le mie college del CeIS con cui ho condiviso il percorso, le Istituzioni che credono come noi nella prevenzione e nell’educazione. Ma soprattutto grazie ai ragazzi e alle ragazze, anzi, ai giovani uomini e alle giovani donne di questo video. Il loro impegno, il loro desiderio di cambiamento, la loro vitalità, i loro valori sono una speranza per tutti noi. Sono orgogliosa di loro. Buona visione!

P.s.: i ragazzi sono stati invitati dal Prof. Thomas Casadei dell’Università di Modena e Reggio a presentare nel 2016 il proprio percorso all’interno di “A Scuola di genere”. La prova che le buone pratiche educative generano altre buone pratiche di condivisione e arricchimento. Un circolo virtuoso di cui sono orgogliosa di fare parte, seppur con il mio piccolo pezzettino.

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Tu li conosci i BES?

Nell’era digitale del www, la Scuola si arricchisce di una nuova sigla: BES.

Una sigla così nuova che molti educatori e professionisti, addetti o non addetti ai lavori ancora non conoscono o che conoscono come etichetta ma con poca chiarezza di contenuti. BES è l’acronimo di Bisogni Educativi Speciali e intende racchiudere tutti quei bambini e ragazzi che calcano i suoli delle Scuole italiane di ogni ordine e grado privi di certificazione di disabilità o dislessia ma comunque bisognosi di un’attenzione educativa speciale.

Prima di entrare nel dettaglio di chi sono i BES, cerchiamo di fare ordine cronologico e storico:

All’estero, in particolare nei paesi anglosassoni, i BES esistono dai primi anni 90 e si chiamano SEN (Special Education Needs). Nel Regno Unito, a titolo di esempio, rientrano nella caegoria SEN i bambini con difficoltà a livello delle competenze relazionali e sociali, con funzionamento cognitivo limite, con difficoltà a mantenere l’attenzione e la concentrazione, con difficoltà del linguaggio (anche non certificate come dislessia), con impedimenti o bisogni speciali dal punto di vista fisico e motorio.

In Italia, prima della direttiva “Strumenti di intervento per gli alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica” firmata dall’ex Ministro Profumo (il 27 dicembre 2012), i BES non avevano ancora trovato una dicitura, una categoria, un ruolo e, di conseguenza, una visibilità sociale.

I BES, sostanzialmente, sono quella categoria che “bisognerebbe aiutarlo/a, ma non è certificato/a, come facciamo?”. Chi, a vario titolo, lavora nella Scuola sa bene che questi studenti hanno bisogni speciali, dovuti a diverse ragioni personali, sociali e/o culturali, ma, essendo senza certificazione, si ritrovano anche senza sostegni didattici ed educativi.

Seguendo la direttiva del Dicembre 2012 i BES si configurano come una categoria eterogenea, sfaccettata, comprendente bambini e ragazzi caratterizzati da “svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse”.

Gli studenti con BES hanno diritto a fruire di appositi provvedimenti dispensativi e compensativi di flessibilità didattica nel corso dei cicli di istruzione e formazione e negli studi universitari. Si calcola che siano circa un milione in tutta Italia.

Come sottolinea qui Orizzonte Scuola, le Istituzioni scolastiche si impegnano a garantire agli studenti con BES:

a) l’uso di una didattica individualizzata e personalizzata, con forme efficaci e flessibili di lavoro scolastico;

b) l’introduzione di strumenti compensative e dispensativi,;

c) l’uso di strumenti compensativi per l’apprendimento delle lingue straniere in modo da favorire la comunicazione verbale e contemplando la possibilità dell’esonero in alcuni casi.

d) adeguate forme di verifica e di valutazione.

Le Scuole avevano tempo entro lo scorso mese per redigere il Piano Annuale dell’Inclusione ovvero un documento che permette una mappatura dei bisogni, delle caratteristiche, dei punti di forza e delle criticità degli alunni con BES presenti a Scuola.

Per ogni studente con BES, inoltre, sarà redatto un Piano Didattico Personalizzato, ovvero una programmazione completa delle strategie di inserimento scolastico, che tenga conto delle caratteristiche e delle competenze di partenza dell’alunno, e che serva come strumento articolato ma flessibile per orientare gli insegnanti e documentare alle il percorso e le strategie adottate.

Non tutti hanno accolto favorevolmente la direttiva del Ministro. Per alcuni, BES è solo l’ennesima etichetta, che si propone di semplificare ma finisce per appiattire le differenze o, peggio, svuotare di contenuto le singole pratiche educative e didattiche. Come per tutte le etichette, il rischio è che i BES siano solo un cornice molto bella, forse rassicurante, ma incapace di valorizzare il quadro al proprio interno, con il rischio quasi iatrogeno di favorire categorizzazioni sociali e culturali e di generare esclusione piuttosto che inclusione (per qualche spunto critico è possibile leggere quiqui e qui).

Visto il caos epistemologico e operativo riguardante i BES diffusosi negli ultimi mesi, il nuovo Ministro Carrozza ha diffuso in data 27 Giugno una nota concede più tempo per la presentazione del PAI («ciascun Ufficio Scolastico Regionale definirà tempi e modi per la restituzione del PAI»), tenuto conto che il prossimo anno sarà essenzialmente un anno da utilizzare per «sperimentare e monitorare procedure, metodologie e pratiche organizzative». Un breve rinvio, almeno dal punto di vista burocratico, per sperimentare e vagliare metodologie e strategie.

Al di là delle polemiche, delle divergenze o delle etichette adottate, il dato di fatto è che davvero esistono nelle Scuole di tutti i gradi e di tutte le zone d’Italia, bambini e ragazzi bisognosi di attenzioni specifiche dal punto di vista didattico ed educativo e che, di conseguenza, la strategia migliore per lavorare con loro è quella di trovare, sperimentare e strutturare strumenti concreti di intervento e di valutazione.

Su internet ho trovato questa rassegna, a cura di un insegnante del Regno Unito, Prof. D.R. Wilson. E’ ovviamente in inglese e riferita al sistema scolastico britannico, quindi non direttamente traducibile e fruibile nelle Scuole italiane; ma a me pare una traccia d’inizio, un’ idea da cui partire, in attesa di vedere, con l’avvio dell’anno scolastico nuovo e con gli anni a venire, cosa accadrà ai nuovi BES e ai loro insegnanti.

Ultimo giorno di scuola

Per me la campanella ha suonato ieri. L’ultima di questo anno scolastico.

Per quelli che a me piace chiamare “i miei ragazzi” l’ultima campanella suona oggi. Per alcuni è un sollievo, una liberazione, per altri è un campanello di allarme, un segnale che si avvicina la pagella o l’esame finale. In ogni caso è un segnale che qualcosa è finito, che qualcosa è definitivamente passato, che qualcos’altro sta per arrivare.

Per me la campanella significa che questo anno di lavoro è finito. Un anno denso, ricco di iniziative, un anno di enorme crescita professionale, un anno in cui sento di aver fatto molti passi avanti, in cui ho sperimentato, tentato, provato. Un anno di grandi soddisfazioni. Un anno di relazioni consolidate e rese più forti da un collante di fiducia e stima reciproca con insegnanti, colleghi, ragazzi.

Ieri i “miei” ragazzi mi rincorrevano nel corridoio della scuola, alcuni con le lacrime, altri col sorriso, altri ancora desiderosi di un abbraccio, altri di un incoraggiamento. “Elena ma non ci vediamo più?”. Eccola! La domanda che non sai se ti fa più piangere di nostalgia o più sorridere di tenerezza. “Io odio gli ultimi giorni, non voglio dover salutare le persone a cui voglio bene” mi ha detto una ragazza. E io le ho risposto qualcosa di spontaneo che adesso devo ripetere anche a me stessa: “Deve esistere un ultimo giorno in tutte le cose, altrimenti non potrebbe mai esserci un primo giorno per un altro progetto, un altro viaggio.”

Buon viaggio allora a tutti i “miei” ragazzi.