100 psicologi del 900

Qualche giorno fa sono capitata per caso su questo articolo.

Si tratta di una classifica, redatta nel 2002 da Steven Haggbloom della Western Kentucky University e dall’equipe del dipartimento di psicologia dell’Arkansas State University, delle 100 figure maggiormente autorevoli e influenti nel campo della psicologia dello scorso secolo. La classifica è stata stilata tenendo conto di 3 variabili quantitative (frequenza di citazioni in riviste specialistiche, frequenza di citazioni nelle prefazioni di libri di psicologia, frequenza di presenza in questionari e test) e 3 variabili qualitative (essere stato membro della National Academy of Sciences, aver ricevuto dell’American Psychological Association la nomina a presidente o un riconoscimento per meriti scientifici, avere il proprio cognome utilizzato come eponimo).

Sul podio troviamo, partendo dal bronzo fino all’oro, il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, uno dei padri fondatori del cognitivismo, Jean Piaget, e il padre del comportamentismo moderno, Skinner. I tre pilastri delle principali anime della scienza del comportamento, tre fondamenta di cemento armato su cui sono state costruite teorie e metodologie, tre nuclei epistemologici centrali.

Se volessimo fare un paragone con la moda, Freud, Piaget e Skinner sono i “basics”; sarebbero come il tubino nero, la camicia bianca e il paio di jeans che non possono mancare nel “guardaroba” di uno studente o di un professionista psicologo.

Non è certo una sorpresa trovarli quindi nel piano più alto del pantheon della sapientia psicologica.

Quello che a me sorprende sono altri dettagli di questa classifica che vorrei condividere:

  • Albert Bandura si colloca al quarto posto. Medaglia di legno per colui che ha introdotto i termini di apprendimento sociale, modeling, determinismo triadico reciproco, rivoluzionando così il comportamentismo. La mia mente associa il nome di Bandura immediatamente al concetto di agency, per la quale gli esseri umani sono considerati attori protagonisti dei propri contesti sociali di appartenenza in quanto agenti attivi e potenziali trasformatori della realtà che li circonda. Non è solo l’ambiente a modificare l’uomo, ma si verifica anche il processo opposto, in uno scambio reciproco bidirezionale. L’uomo ritorna al centro dei processi di etero e autotrasformazione.
  • A proposito di centralità della persona, il capostipite della terapia centrata sul cliente, Carl Rogers, si posizona sesto. Certo, dopo un pilastro come Stanley Schachter, i cui studi sulla connessione tra emozione e cognizione sono stati capositipiti di una lunga storia di ricerca e di analisi, ma io Rogers lo avrei collocato più in alto.
  • La prima figura femminile la si trova ben oltre la metà della classifica, al 70° posto, e si tratta di Eleanor E. Maccoby, comportamentista, collaboratrice di Skinner, studiosa di psicologia evolutiva. Dopo di lei solo altre 4 donne: Eleanor J. Gibson (74°), Margaret Washburn (88°), Mary D. Ainsworth (97°) e Anna Freud (99°). Su 100 figure di psicologi influenti e importanti, solo 5 donne, solo una psicoanalista, nessuna nata almeno dopo la prima Guerra mondiale. E questo la dice lunga sulle “quote rosa” in psicologia, quanto meno per quanto riguarda il secolo scorso. Mi soprende non trovare altri nomi femminili eminenti, come ad esempio Melanie Klein, Marsha Linehan, Karen Horney o Mary Calkins, la prima donna presidente dell’APA.
  • All’83° posto, quindi decisamente nel penultimo vagone del treno, Lev Vygotskij. Contrapponendosi alla psicologia mainstream del periodo, Vygotskij ha studiato l’influenza dell’ambiente sulla crescita del bambino e l’importanza dei fattori socio-culturali; uno dei pionieri dello studio dell’educazione speciale, un concetto che adesso nel 2013 ci sembra scontato ma che a inizio 900, sotto il regime stalinista, era ritenuto spreco inutile di risorse scientifiche. E poi, senza la “Zona di Sviluppo Prossimale” buona parte della pedagogia e della psicologia dell’educazione oggi non esisterebbero.
  • Grandi mancanze: Aaron Beck, Albert Ellis, Jerome Bruner, Otto Kernberg, Urie Bronfenbrenner, Henri Tajfel. Solo per citarne alcuni.

Oltre le classifiche ufficiali, oltre le onorificenze o gli eponimi ricevuti, ogni studente di psicologia e ogni professionista ha la propria personale classifica degli psicologi ritenuti maggiormente influenti. Si tratta di un’influenza non tanto sulla storia e sull’evoluzione della psicologia, quanto sulla propria personale storia e formazione.

Alcuni di questi nomi sono stati trovati sui libri dell’università, altri su articoli di ricerca, altri scoperti dopo la laurea. Alcuni ci sono rimasti nella mente perché li abbiamo incontrati in un esame particolarmente difficile, altri perché hanno avuto intuizioni geniali, altri ancora perché sono fonte di ispirazione oppure di strumenti concreti da utilizzare nella nostra professione.

Io ho in mente la mia personale classifica. E voi?

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