New York City – Bye bye!

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Ciò che è certo è che si tratta solo di un arrivederci.

Siamo stati 6 giorni a New York City, 6 giorni intensi, sognati da anni, desiderati da mesi, vissuti miglio per miglio. Penso che in 6 giorni, seppure densi, abbiamo visto veramente il minimo di questa gigante, frenetica e multiforme città.

Gli ultimi giorni ci hanno regalato istantanee emozionanti.

Ad esempio di fronte al n°37 di Jackson Pollock al MoMA. IMG_2452Come spesso mi accade ai musei, ho pianto. Quando un’opera d’arte è così forte, così inattesa, così d’impatto, l’emozione mi coglie sempre di sprovvisto e devo togliermi l’occhiali perché con le lacrime non riesco a vederla bene.

Come i profumi e i colori di Little Italy. Ti sembra quasi di essere a casa tra le bancarelle di ceramiche, i negozietti sample sale di SoHo, i banchetti che vendono pizza fumante e salsicce arrotolate.

Come le creste punk e i negozi vintage del Village, gli studenti che suonano la chitarra e fanno roteare le pallette a Washington Square, i nomi dei poliziotti e dei pompieri morti durante l’attentato alle Twin Towers incisi su Liberty Street.

Come gli hot dog fatti sul momento dalla bancarella ambulante, come i bambini che giocanio arrampicandosi sulla statua di Alice in Wonderland a Central Park, come le matricole al primo anno alla NYU che festeggiano l’inizio degli studi sul
Bethesda Terrace.

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New York non è comunque esente da qualche critica, sarà forse per il mio senso critico che non dorme mai proprio come lei. In realtà si tratta di una sola critica: l’ambiguità.

Ad esempio, nella città in cui si inneggia al “go green”, con prodotti biologici nelle boutique, bicchieri per il caffè in materiale ricercato, l’annullamento della carta in favore dell’everything online, le migliaia, anzi milioni, di luci della città non si spengono mai. Voi direte, ma se si spengono le luci allora lo skyline non esiste e quindi nemmeno il fascino di questa città, e ciò è vero, ma spegnendo solo un quarto di lower manhattan quanta energia si risparmierebbe davvero?

New York poi, diciamocelo, non ha una grande storia, se non forse quella del suo 900. Non ha romani che hanno costruito anfiteatri, popolazioni native che hanno lasciato tracce culturali, non ha radici antiche. Eppure riesce a venderti con grande astuzia e abilità di marketing ogni suo prodotto, dal cuoricino rosso tra I e NY a Central Park (meraviglioso ma costruito ad hoc passo dopo passo), dall’ American Museum of Natural History (coinvolgente ed emozionante ma che non racchiude nulla di autentico) all’Empire State Building (in cui non vi è nulla se non una vista mozzafiato e due fotografie sulla sua costruzione).

Noi che invece abbiamo anfiteatri, tracce illustri di popolazioni che hanno solcato il nostro stivale per millenni, radici antiche e profonde, eppure non siamo in grado di mostrarle, proporle, venderle con la stessa abilità.

Dobbiamo quindi forse imparare dallo spregiudicato orgoglio americano, piuttosto che criticarlo?

Io posso solo dire che l’ambiguità di New York, le sue mille facce, le sue mille lingue, mi hanno comunque affascinata e cullata per 6 giorni. Il rumore del traffico è diventato gradualmente un ronzio, fino a sparire e i movimenti frenetici della città sono diventati una danza nel corso della settimana, un valzer in cui vale la pena sicuramente fare un giro, o forse due.

Tornerò sicuramente a fare un altro giro di danze a New York, prima o poi, quando mi sarà passato il capogiro e le vertigini. Con me porto le tante immagini emozionanti di questo viaggio insieme a mio marito.

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New York City – Day 2 and 3

Ore 05.40 sveglissimi, il jet lag continua a farsi sentire ma qui é un bene! Abbiamo avuto tutto il tempo di prepararci, telefonare a casa, fare colazione e metterci in fila per la nostra prima meta del giorno: American Museum of Natural History.20130918-084600.jpg
C’è chi lo definisce mainstreem, chi l’attrazione principale di New York. Secondo me è un po’ entrambe le cose. Stanze enormi, con esposizione di tutti i tipi di animali mai esistiti sulla terra, teatro imax, sale interattive, un intero piano solo per i dinosauri, manufatti e tracce delle culture del mondo del presente e del passato, e molto altro. In realtà nulla o quasi é autentico, bensì ricostruzioni fedelissime di habitat naturali, tracce delle culture del mondo e dell’evoluzione della specie umana e non solo. È quindi quasi tutto ricostruito, finto ma comunque spettacolare, in grado di coinvolgere bambini e anziani allo stesso modo. Sicuramente gli americani sono maestri nel marketing e nella spettacolarità, caratteristiche che l’AMNH possiede in pieno. Un punto in più lo porta a casa per la chiarezza didattica grazie a cui ogni elemento o esposizione é spiegato in maniera chiara e coinvolgente anche ai neofiti o agli analfabeti della scienza.
Usciti dal Museo dopo 5 ore di supernova (bellissimi i 30 minuti di documentario “journey to the stars” col naso all’insù perché il mega schermo é posizionato nel soffitto della sfera del planetario interno al museo), evoluzionismo, microbiologia, biodiversità e etnoantropologia, ci siamo diretti a sud.
Scesi dalla metro a Union Square, abbiamo raggiunto il Meetpacking District attraverso la 14^ strada. Locali alla moda, insegne di stilisti e case di moda molto hip, palazzi dalle tipiche pareti con mattoni a vista: ecco perché é il quartiere più in di Manhattan!
Siamo saliti sulla High Line che ci ha portati fino a Chelsea.20130918-084619.jpg

Oggi ho capito una cosa: mio marito é uno da Upper West Side, io sono una da Chelsea.
Lui ama le case strette e alte, con il portoncino sopra alle scale, la vicinanza al parco e alle comodità, e, sì, quel lusso sobrio e un po’ borghese.
Io amo le gallerie d’arte, le zone post-industriali, il fascino delle cose un po’ alternative e vintage.
Mentre passeggiavamo questo pensiero ci ha fatto sorridere, così abbiamo continuato ad associare per un po’ le persone che conosciamo a quartieri di Manhattan. 20130918-084648.jpg
La curiosità della giornata? Ho sbirciato tra le finestre di una primary school (deviazioni professionali) e ho visto bambini posizionati a piccoli gruppi di lavoro, insegnanti giovani con l’iPad connesso alla lavagna interattiva, niente zaini, classi ampie e spazi aperti. Ho dovuto frenare la tentazione di entrare e chiedere se per caso cercassero una psicologa scolastica o un’insegnante madrelingua italiana o anche una bidella.

Il giorno 3 ci ha portati a Lower Manhattan, passando prima da Brooklyn Heights. Devo dire che questa zona mi é piaciuta molto, così come Dumbo da cui abbiamo scattato le foto tipiche dello skyline di New York, su cui adesso svetta la Freedom Tower.
20130918-084702.jpgAbbiamo camminato sul ponte di Brooklyn e anche questa é un’esperienza schizofrenica perché ad ogni metro devi stare attento agli altri pedoni, alle biciclette che sfrecciano (e che dei turisti a piedi con lo sguardo perso non hanno molta cura, giustamente), alle macchine sotto di te che viaggiano veloci, a scattare foto a destra dove puoi intravvede la punta dell’Empire State Building o a sinistra dove, piccola piccola, Lady Liberty innalza la sua torcia.
Arrivati alla piazza della City Hall, svoltiamo per Battery Park, che è già di per se molto carino e si sporge proprio sulla punta sud della città, e prendiamo il battello che ci porta da lei, Lady Liberty. Un’ora passata al sole di Liberty Island è proprio volata, tra foto alla Miss, foto alla costa del New Jersey, foto allo skyline di sud ovest. L’audioguida ci ha insegnato molte cose su Lady Liberty, la sua costruzione e il suo simbolismo. Ho pensato subito alle migliaia di persone che a inizi 900 si accalcavano in quelle navi, sfidando la stanchezza e la scarsa igiene, avendo in tasca poche monete e tanti sogni. Dopo ore di viaggio, avrebbero visto lei che guarda con sguardo fiero (e anche un po’ arrogante, lasciatemelo dire) verso l’Europa, il Vecchio mondo, lasciando intende che é qui, nel Nuovo mondo, che la libertà ha spazio di esistere.20130918-084725.jpg
Ritornati a Battery Park abbiamo camminato fino a Wall Street e poi al World Trade Center, entrando al 9/11 memorial.
New York City è una città frenetica, viva, pulsante, dove tutto fa ridere o sorridere, dove tutto si associa a piacere e divertimento, non a caso é la terra dei musical, dei locali alla moda, delle grandi firme, della tecnologia più avanzata. Però qui, nel luogo in cui prima sorgevano le Twin Towers, c’è un profondo silenzio. I quattro lati del perimetro delle torri riportano incise come ferite i nomi delle vittime e dai lati scendono cascate di acqua che sprofondano in buco voto al centro del quadrato, di cui non si vede la fine.
Questo vuoto si collega a un senso di vuoto più interiore. E costringe a riflettere, perché al di la di tutte le letture e riletture sull’11 settembre, quello che è successo costringe tutti noi a riflettere.
Dalle ceneri delle Twin Towers adesso svetta la Freedom Tower, simbolo della rinascita e della ricostruzione di New York e degli Stati Uniti in generale. Altissima, nuovissima e sfrontata, guarda il resto del mondo dicendo “we made it”.
Gli Americani sanno farlo solo così.20130918-084740.jpg
Non amo, sarò sincera, le esagerazioni e la teatralità, ma apprezzo e ammiro la fierezza con cui loro si sentono americani e orgogliosi della propria storia e del proprio Paese.
Se noi Italiani avessimo solo un quarto del loro orgoglio nazionale…

New York City – Day 1 (and a half)

Auto, aereo, bus navetta, aereo, bus, treno e metro: basta poco per arrivare a New York City! L’America sembra davvero dietro l’angolo. 20130916-062017.jpg
Ma se tu nella città che non dorme mai, nella grande mela, non ci sei mai stato e ci arrivi direttamente da sotto una scalinata della metro, l’arrivo può essere molto forte, quasi disorientante.20130916-062213.jpg Taxi gialli che sfrecciano, marciapiedi affollati di persone, grattacieli a picco sulle strade. Ti sembra di essere stato catapultato in un film, uno di quelli che vedi in tv da sempre e che all’improvviso ti abbiano preso e messo oltre lo schermo proprio in quella città in cui King Kong si aggrappava all’Empire State Building, in cui i Ghostbusters camminavano sulla quinta strada, in cui Woodie Allen si innamorava di Diane Keaton in Manhattan.

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All’improvviso sei parte anche tu di questa giostra di luci e di rumori.20130916-061629.jpg
Quindi tanto vale girare con la giostra. Non è poi così difficile.
Dopo una salto d’obbligo in hotel e una doccia rigenerante abbiamo passegiato lungo la Central Park West fino a

Columbus Circle, poi abbiamo preso la metro e senza saperlo ci siamo ritrovati a Times Square. Abbiamo fatto un giro di perlustrazione ma alle 18.00 abbiamo iniziato a sentire il jet lag e siamo rientrati in hotel.
Ci siamo risvegliati in pieno orario newyorchese, pieni di energia e voglia di perderci nella mischia, calcando le stesse strade, sedendoci sulle stesse panchine, salendo sulla s

tessa metro.

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Abbiamo dedicato la giornata a Midtown.
Con la metro siamo arrivati a Times Square, dove abbiamo guardato con più attenzione la piazza, i suoi taxi e i suoi maxi schermi. Dove coesistono Topolino, Wolverine e Alien, dove leluci dei maxi schermi abbagliano, dove i taxi si inseguono e le insegne dei teatri di Broadway si accavallano.
Poi abbiamo proseguito per il Rockfeller Center, Bryant Park (adorabile!), la New York Public Library, una sbirciata al Chrysler Building fino al Madison Square Park e al Flatiron.
La vetta della giornata è stata raggiunta passando dall’Empire State Building. E proprio di vetta si tratta, di 86 piani per esse precisi. Ho dato un calcio in quel posto alla mia claustrofobia e sono salita (con un po’ di tachicardia e di tremarella di gambe, non lo nego) sugli ascensori magici che ti fanno chiudere le orecchie da tanto vanno veloci.

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Ne è valsa veramente la pena, perché la vista è semplicemente incredibile,sorprendente, mozzafiato. Dall’alto di quegli 86 piani New York è tutta intorno a te: da Harlem alla statua della libertà, da Brooklyn a Central Park, dal New Jersey al Bronx e oltre.
Siamo tornati verso nord, o in direzione uptown per dirla come i newyorkers, camminando per la Fifth Avenue e le sue mille vetrine. Abbiamo poi tagliato attraverso Central Park per tornare in hotel nella Uppercut West Side.
Il parco è già di per se una città: persone che corrono coi loro iPod nelle orecchie, gruppi che chiacchierano e prendono il sole, persone che viaggiano in pattini o in skate, famiglie che entrano allo zoo e tanti scoiattoli che scorrazzano tra un albero e l’altro.20130916-061728.jpg20130916-061722.jpg Cosa manca per chiudere la giornata? Un hamburger di quelli con la H maiuscola (grazie a Shake Shak che davvero si merita tutte le stelline che ha sulla guida) e un espresso, anche se proprio espresso non era, ma tutto non si può avere!
Riusciamo a capire perché la chiamano la città che non dorme mai. Come si può dormire in una città in cui c’è ogni tipo di attrattiva, attrazione, piacere e alternativa? Dove in una strada trovi i ragazzini che ballano la brake dance e 10 strade dopo un signore in kilt che suona la cornamusa e altre 10 strade dopo una banda mariachi che intona la cucaracha?
La città è in costante movimento.
Quindi non ti rimane che pensarla così: went in New York, do like the Newyorkers do!
La sorpresa della giornata? Il toasted bagel with cream cheese che abbiamo mangiato a pranzo. Semplicemente delizioso!

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Copenaghen

Copenaghen si affaccia sul mare, ma ha un clima di montagna. Den Lille HavfrueTira infatti costantemente un’arietta fredda e pungente. Forse é per questo motivo che in molti punti della città sono presenti enormi impianti eolici, le cui pale ruotano incessantemente. Dal 19^ piano dell’hotel in cui ho pernottato, si vedeva infatti spuntare una fila di pale eoliche dal mare; mi hanno fatto ricordare le girandole dei bambini, un concetto così semplice in grado di trasformarsi in energia pura. E poi mi ha fatto ricordare che siamo nell’Europa del Nord, e mai come quando vai fuori dall’Italia, ti rendi conti di quanto il tuo amato, ma balzano e disastrato Paese, sia lontano ancora anni luce da queste innovazioni. Ma questo é un altro discorso.

Di Copenaghen, oltre alle enormi girandole acchiappavento, mi hanno colpito altre cose:

Christianshavn

A Copenaghen ci sono ampi spazi, riempiti di silenzio. Grandi parchi, grandi marciapiedi, grandi piste ciclabili, campetti da calcio o da skate a dividere un gruppetto di case da un altro. Le persone parlano sottovoce, non urlano, ridono e parlano ma ovunque cammini ti senti circondato da pace e serenità. Ci sono più biciclette che macchine. La città é attrezzatissima per garantire a tutti di poter pedalare in tranquillità arrivando ovunque, addirittura trasportando la bici in metro.

Nyhaven

Nel tardo pomeriggio, gruppetti di amici o famiglie si ritrovano negli spazi verdi dei parchi. Mettono a terra un telo, usano un bicchiere da vino come vaso in modo da mettervi un mazzolino di fiori (così anche il più nic è più carino), bevono vino, mangiano seduti o coricati, chiacchierano e poi giocano a cricket o a frisbee. La versione nordica della movida. Mi piace molto più di quella italiana.

Bakery in Copenaghen

Tantissimi ragazzi e ragazze indossano uno strano ma adorabile cappellino bianco con la visiera blu, ricamato in oro, dallo stile marinaro. Ho pensato che fosse una moda, un modo di vestire e invece poi ho capito che quello é il copricapo che i ragazzi indossano in occasione del diploma, alla fine di quella che per loro é la scuola superiore. La cosa più bella? Le ragazze islamiche lo indossano con orgoglio sopra al burqa: geniale!

Diplomati nei paraggi del parlamento

La architetture sono stupende, mi affascinano sopratutto quelle nella parte periferica della città, nella zona commerciale e business. Forme geometriche, con balconi a incastro che escono dalla struttura portante come un livello di tetris, pareti quasi interamente vetrate al cui interno puoi sbirciare arredamenti minimal e lineari. Anche le Scuole sono strutturate così: ampi spazi verdi, ampie vetrate, forme semplici e regolari che donano un senso di ordine ma anche di piacevolezza.

Canali a Slotsholmen

Istantanee di un paese innovativo ma dalle usanze antiche, un paese sobrio ma al tempo stesso lussuoso, che appare non ancora intaccato dalla crisi. Quello che manca…è il sole! Ma a quello i locali sono abituati: nelle vie del centro solo i turisti camminano faticosamente con ombrelli e improbabili impermeabili in plastica, imprecando e resistendo alle folate di vento. I Danesi hanno imparato da tempo a vivere sotto la pioggia e continuare a camminare. O pedalare.